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Tsipras: noi al centro della tempesta, ma sappiamo affrontare il mare

posted by pilot il Sab 20 Jun, 2015 [10:19 UTC]
Siamo nel mezzo della tempesta ma sappiamo affrontare il mare, scopriremo nuovi oceani, raggiungeremo porti più sicuri

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TSIPRAS: PRENDERE IN GIRO LA GERMANIA PER FARSI BUTTARE FUORI DALL'EURO

posted by pilot il Mer 15 Apr, 2015 [20:13 UTC]
da:
http://scenarieconomici.it/la-strategia-di-tsipras-anti-austerita-prendere-il-giro-la-germania-con-il-fine-di-farsi-buttare-fuori-dalleuro-il-resto-verra-di-conseguenza/

DI MIT DOLCINO

scenariecnomici.it

Eh si, diciamolo: Tsipras sta facendo un lavoro tanto egregio quanto dirompente nell’esaurire la pazienza tedesca, le appositamente assurde ed assolutamente inconcludenti “contromisure” greche – una vera presa in giro, fatta apposta – stanno mettendo a serio rischio la salute psichica di Schauble, che schiuma rabbia. Tsipras ha capito che un debito oltre al 140% del PIL espresso in euro è assolutamente impossibile da pagare e quindi vuole che le sia abbonato, la Germania dice chiaramete di no in quanto l’Italia potrebbe richiedere immediatamente lo stesso, avendolo il Belpaese per altro contratto soprattutto in lire e non in Euro (…).



Ciò per altro dimostra che sono state le ricette austere appioppate alla Grecia a causarne il disastro, il debito invece di scendere dal 2009 è salito dal 140% al 188%!!!! vedete le previsioni passate della stessa commissione EU, come si poteva pensare che la Grecia si salvasse? Gli economisti, quelli dell’FMI e dell’EU, sono una razza che visti i risultati conseguiti sarebbe bene si estinguesse….



E questo ci sta portando all’epilogo più volte paventato da questo blog, da anni ormai: la Germania non può permettersi un Grexit, o meglio non può permettersi che i periferici (soprattutto quelli che competono nelle esportazioni con le aziende teutoniche) possano fare lo stesso. A differenza di 5 anni fa oggi il mondo può invece permettersi un Grexit, a partire dagli USA: nel 2011 il maverick di Arcore capita l’antifona eurotedesca destinata a schiacciare il Paese minacciò l’uscita dall’euro svelando il piano al Presidente Napolitano il quale, invece di fare gruppo nell’interesse del Paese lo giudicherà la Storia, deliberatamente affossò il nostro primo ministro. Come sia andata a finire lo sappiamo. A differenza di oggi, ai tempi il sistema economico mondiale era fragile, con una ripresa (in USA) solo agli albori mentre la Germania era ancora in piena crisi. Ai nostri giorni invece gli USA sono in forma ma stanno iniziando a decadere economicamente a causa proprio della medicina suggerita all’Europa: rigore e tassi a zero della BCE, a ruota il QE e di conserva un dollaro fortissimo essendo la valuta europea diventata la funding currency globale. Ci sono quindi le condizioni per gli USA di cambiare registro a causa di una competitività delle proprie imprese in crollo verticale. Tale crollo impatterà i consumi, dunque recessione americana etc etc. Alla fine il pragmatismo USA sarà tenuto a forzare la mano sul Grexit di turno.



O meglio non sul Grexit specificatamente ma sulla rottura dell’euro. Il motivo è oltremodo semplice: affossare il primo esportatore mondiale attraverso il trucco della rottura dell’euro, in tale contesto di assenza dei deboli periferici nella compagine della moneta unica il nuovo marco diventerà la nuova moneta da far rivalutare e dunque fracassando l’economia tedesca. E quindi facendo rifiatare quella USA con un dollaro conseguentemente indebolito, in tale contesto l’obiettivo speculativo della finanza globale smetterebbe di essere la rivalutazione del dollaro spostandosi sulla valuta tedesca.



Ecco perché la Grecia e Tsipras sono “coperti” nella loro sfida all’Europa austera, servirano agli interessi USA a breve. Ecco perché non verrà permesso dagli USA un golpe in Grecia. Questo non significa che non ci sarà ma se dovesse accadere la frattura tra USA e Germania si consumerebbe definitivamente arrivando di fatto alla stessa conclusione, un confronto USA-Germania fatti salvi “errori” nella partita con la Russia, che in ogni caso verranno corretti dai prossimi governi USA, penso e spero Repubblicani….

___

Oggi Tsipras sta facendo quanto deve essere fatto ossia dimostrare con la sua immane presa in giro sulle contromisure volute dall’EU che la Germania non può permettersi né di mollare sull’austerity né di permettere ai periferici di uscire dalla moneta unica, ne va dell’interesse economico tedesco, del proprio dispari benessere acquisito negli ultimi 6 anni a danno degli altri paesi EU esclusa Olanda ed in parte Finlandia. Da vedere il debito accumulato dai periferici negli ultimi 8 anni a seguito delle politiche euroaustere…





L’uscita della Grecia è solo questione di tempo, una volta compiuto il fatidico passo all’Europa centrale non resterà che fare di tutto per dimostrare che è stata una fesseria ateniese, che le conseguenze di tale ingfausto passo saranno negativi per la cittadinanza ellenica. E questo solo per scoraggiare altri a fare lo stesso! All’uopo, aspettiamoci un’inondazione di notizie false, questo è certo. La verità è che, se da una parte è vero che la Grecia è costretta all’exit a causa di un mix politico/strutturae/economico, dall’altra non potrà trarne un grande sollievo in quanto non ha aziende nazionali forti in grado di fare concorrenza ai prodotti tedeschi nell’export. L’effetto collaterale immediato sarà che la Germania spingerà per escludere Atene dai circuiti finanziari europei, esacerbando la crisi ellenica. Qualcosa di simile all’embargo attuato dagli USA all’Iran per capirci.

La ritorsione tedesca non funzionerà. Quello che manca alla Germania è il tempo: per deragliare una Grecia divenuta orgogliosa – e che quindi non vuol più ragionare – ce ne vuole molto anche perché inevitabilmente si innescherà lato ellenico un percorso autarchico che renderà il paese poco incline a contatti economici con l’estero. Poi ci saranno i paesi cristiani, che certamente non asseconderanno una ritorsione con implicazioni di disastro umanitario. Poi la Russia, con la comune fede ortodossa. Insomma, una partita aperta. E molto complessa…

Spero che gli italiani/oti capiscano che i greci stanno aprendo la strada per una futura uscita dal’euro anche del Belpaese e dei periferici in generale, sebbene all’inizio la cosa ci verrà inevitabilmente dipinta come una perdita di denaro per i contribuenti, ossia i prestiti dati greci. Mi auguro che invece di arrabbiarsi con Tsipras i periferici facciano fronte comune contro il paese che ha voluto arrivare alle estreme – ed austere – conseguenze in questa sfida in cui a perderci sono solo i cittadini più umili. E per propri ed esclusivi interessi economici. Come al solito…

Mitt Dolcino


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LAO TZE HA BATTUTO MACHIAVELLI...

posted by pilot il Mar 07 Apr, 2015 [10:48 UTC]
da
http://www.miglioverde.eu/lao-tze-ha-battuto-machiavelli-senza-gold-standard-la-cina-ha-vinto/

di GERARDO COCO

Famosi pezzi di cultura industriale come Pirelli in Italia, Acquascutum in Inghilterra, Volvo in Svezia, Peugeot Citroen e la casa di moda Sonya Rykiel in Francia sono diventati proprietà cinese. E’ la strategia del Dragone per acquisire smalto internazionale. Nulla di male sotto il profilo commerciale. Ma quando il compratore è la Cina la questione diventa geopolitica. Altri pezzi le saranno ceduti. Il trend di acquisizioni cinesi è irresistibile, dovunque.

Il che porta a chiederci: come è potuto accadere che nel corso di una sola generazione questo immenso paese abbia raggiunto una forza finanziaria che altri paesi come Inghilterra e Stati Uniti hanno conquistato in più di un secolo? Quale è stato il suo modello strategico di sviluppo? Non c’è stato nessun modello, nessun piano elaborato a cui uniformarsi. La Cina ha fatto leva sulla sola evoluzione delle cose sfruttando il potenziale insito nella situazione creata negli ultimi decenni dall’Occidente. Come dice l’antico maestro Lao Tze: «Lascia cadere l’effetto, non averlo di mira, non cercarlo ma raccoglilo, sappi trarre partito dagli sviluppi della situazione e lasciati portare da essa…».

L’effetto «raccolto» origina dal crollo dell’assetto monetario stabilito a Bretton Woods nel 1944 quando fu deciso di regolare gli scambi internazionali in base alla convertibilità del dollaro in oro e quella delle altre valute nel dollaro e quindi indirettamente in oro. Il fine era di creare quell’equilibrio nel commercio multilaterale che si basa su un semplice principio: il valore di un qualsiasi prodotto estero dipende dalla quantità di prodotto che la nazione compratrice deve dare in cambio per ottenere quello estero. In altre parole, il valore delle importazioni deve essere uguale a quello delle esportazioni e, in difetto, ogni differenza deve essere saldata in oro. D’altra parte, poiché anche per ottenere oro bisogna dare in cambio qualche altro prodotto si può affermare che, nel commercio, i prodotti si scambiano con i prodotti e indirettamente con la moneta.

Trascorso un ventennio, negli anni 60, a causa delle spese belliche sostenute per la guerra in Vietnam, il dollaro cominciò a svalutarsi e i paesi partner richiesero il pagamento delle loro esportazioni in oro. Gli Stati Uniti per evitare di perdere le riserve auree si rifiutarono e nel 1971 dichiararono il dollaro inconvertibile mantenendone però lo status di moneta di riserva che assicurava loro l’enorme vantaggio di pagare i debiti clonandolo. Il dollaro non più convertibile in una quantità fissa di oro, ma in titoli del debito pubblico diventava per ciò stesso uno strumento di debito inflazionabile. Si ruppe l’equilibrio assicurato dal gold standard: prima gli USA potevano acquistare caffè dal Brasile perché gli vendevano automobili o acquistare seta dalla Cina perché in cambio le fornivano macchinari. Ma una volta trasformato lo standard monetario in debito, lo scambio non rifletteva più rapporti tra quantità di prodotti di valore equivalente: la seta cinese invece di essere scambiata contro macchinari, veniva scambiata contro dollari sempre più svalutati.
La Cina, invece di protestare, assecondò la frode perché aveva capito ciò che gli occidentali non hanno ancora afferrato e cioè che inflazionare senza limiti la moneta per pagare debiti disincentiva la produzione, facendo perdere capacità di acquisto e produttività a favore del paese venditore. Gli Stati Uniti cedevano quantità immense di dollari in cambio di altrettante quantità di prodotti dalla Cina senza che questa facesse però altrettanti acquisti. Siccome tutti gli altri paesi industrializzati per colmare i deficit commerciali inflazionavano le proprie valute allo stesso modo del dollaro, venivano pure loro invasi da prodotti cinesi a bassi prezzi in contropartita delle loro monete avariate. Attirati dal miraggio del loro boom da esportazione della Cina e degli altri paesi asiatici i paesi occidentali smantellavano gran parte delle loro industrie per trasferirle in quei paesi facilitandone l’industrializzazione. Il fenomeno di deindustrializzazione che invece ha colpito l’occidente è stato per diverso tempo mascherato dall’espansione monetaria che finanziava i consumi a scapito della produzione. Ma alla fine la stagnazione è emersa in tutti i settori chiave e la globalizzazione per l’occidente è diventata un incubo, sinonimo di destrutturazione e disoccupazione.

L’eliminazione del gold standard è stato il regalo strategico all’oriente e ha permesso alla Cina di svuotare l’industria occidentale come fa il ragno con la sua preda. Tutto ciò spiega il mistero dei global imbalances e l’enorme accumulo di riserve valutarie che ora la Cina sta usando per comprare o ricapitalizzare da azionista di riferimento la struttura industriale occidentale dopo averla impoverita. La Cina ha vinto la battaglia dello sviluppo senza clamore e senza combattere perché gli avversari si sono sottomessi da sé. «Fai in modo che quando il combattimento inizia, l’avversario risulti già sconfitto» dice un seguace di Lao Tze. Insomma, riuscire a vincere senza lottare è stato il capolavoro strategico cinese. Neppure Machiavelli era arrivato a tanto, lui che elogiava la capacità di intraprendere. Ma il pensiero cinese non ha abbracciato il culto dell’agire occidentale ma del far agire per gestire il potenziale della situazione. «Fare accadere, non imporre l’effetto» è stata la via cinese dell’efficacia strategica. Come siamo lontani dall’agire azzardato e dalla spettacolarizzazione occidentale dei «whatever it takes»! La nuova iniziativa, Asian Infrastructure Investment Bank, la piattaforma del renmimbi come valuta di riferimento mondiale per spodestare il dollaro negli scambi commerciali, si è imposta praticamente da sé senza dimostrazioni di prodezza. Da cosa sarà garantita la valuta cinese? Proprio da quell’oro che l’occidente ha ripudiato e cercato di svilire con manipolazioni monetarie spingendolo nelle mani dei cinesi. Ancora una volta il risultato era implicito nel potenziale della situazione che la Cina ha sfruttato «raccogliendo» l’effetto. L’Asian? Infrastructure significa anche una vittoria di politica estera: fra poco potrebbe essere la Cina a dettare legge nella distribuzione dei poteri mondiali.


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A proposito della fine del South Stream

posted by pilot il Dom 07 Dec, 2014 [18:18 UTC]
Ripropongo un articolo del 2010 apparso su Rischio calcolato
http://rischio-calcolato.blogspot.it/2010/11/puzzle-italia-politica-energetica-e.html


sabato 27 novembre 2010
PUZZLE ITALIA: politica energetica e guerra fredda reloaded

Nota della redazione: questo lungo e ben documentato articolo esce in anticipo rispetto a quanto programmato a causa delle imminenti rivelazioni(?!) di Wikileaks e alla reazione "anomala" e preventiva del ministro Franco Frattini. Rischio Calcolato sostiene la tesi per cui esista una strategia di pressione sull'Italia perché "modifichi" determinate politiche estere sgradite all'amministrazione USA. Riteniamo Wikileaks un ben congegnato strumento di propaganda americana e come tale facente parte di tale strategia anti-italiana.
Articolo di Rodolfo Ponti:“Per fare un puzzle bisogna sempre partire dagli angoli”

Questa massima può tornarci utile per capire cosa sta succedendo negli ultimi tempi: se paragonassimo la situazione politica italiana ad un puzzle dove interessi economici e politici si intersecano creando una complicata scacchiera, da dove potremmo partire per ricostruire il mosaico ed avere una chiara visione dell’attuale periodo storico analizzando la nostra politica energetica?

L’intento ardito dovrebbe partire da una data : 15 Maggio 2009

Quel giorno l’Italia è rientrata con prepotenza sullo scacchiere internazionale firmando l’accordo per il passaggio sul suolo nazionale del gasdotto Southstream e per la creazione di SeverEnergia?, joint-venture tra Gazprom, Eni ed Enel. In quella data l’Italia per la prima volta dal dopo guerra l’Italia si è legata politicamente alla Russia. Gli appassionati di storia contemporanea sanno cosa successe negli anni ’70 in piena guerra fredda dove l’Italia divenne luogo di scontro tra le due superpotenze, e sappiamo che la penisola italica è sempre stata terra di scontri per il suo ruolo strategico al centro del mediterraneo, non sono il primo a sostenerlo e a dirlo …

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiero in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!
(Dante)

Torniamo al 2009 ed in particolare modo alla joint-venture SeverEnergia? che scopriamo possedere il 100% di tre società (Arcticgaz, Urengoil e Neftegaztechnologia) strategiche per la definizione di un politica energetica nazionale forte ed indipendente perché titolari delle licenze per l’esplorazioni dei giacimenti di idrocarburi (specialmente le riserve di gas).
In uno mondo dove la sovranità nazionale è correlata positivamente alla capacità di una nazione di essere energeticamente “autosufficiente”, questa scelta strategica è un tentativo di rompere le catene dalla dipendenza energetica estera, secondo tentativo perchè il primo si infranse al suolo il 27 Ottobre 1962 a Bescapè con l’aereo di Enrico Mattei. Nella nostra analisi tralasceremo gli aspetti legati alle crisi energetica ormai prossima dovuti picco del petrolio che sono una mia convinzione personale (supportata da dati) e non un dato di fatto oggettivo consolidato.


Il gasdotto Southstream, abbiamo visto., è stato preferito al progetto del gasdotto rivale sponsorizzato dagli USA e dalla UE: il Nabucco.
Southstream porterà il gas in Europa sfruttando due direttrici: un primo braccio diretto verso l’Austria e la Germania ed un secondo transitante sul suolo ellenico che terminerebbe in Puglia fornendo gas all’Italia: il percorso è in diretta competizione con quello del rivale come si vede dalla cartina.
Sempre dalla cartina possiamo vedere due paesi strategici uno per South Stream e uno per il rivale Nabucco : la Turchia e l’Iran . Queste nazioni possiamo dire che hanno strategie di politica estera che le fanno propendere per finire sotto l’ala di influenza Russa avendo siglato accordi che favoriscono il gasdotto South Stream (Turchia) o avendo accordi commerciali sul gas con la stessa Russia (Iran).

Il fatto che oggi Turchia e Russia si siedano allo stesso tavolo per siglare un accordo proprio sulle pipeline rappresenta pertanto una svolta a 360° rispetto agli ultimi 500 anni di relazioni tra Mosca e Ankara… In primo luogo, Ankara si sta allontanando sempre più da Washington. O quanto meno, dà segni di una certa insoddisfazione.
alcune agenzie di stampa aiutano a comprendere:
(correre.it) ANKARA — Baci e abbracci con Vladimir Putin, come sempre. Complimenti e ringraziamenti da Recep Tayyp Erdogan. Il Cavaliere in Turchia è come se fosse a casa sua: due ore di trilaterale senza staff con due leader a lui tra i più cari, poi la presenza in prima fila a una conferenza stampa russo-turca in cui si ritaglia (riconosciuto da tutti) il ruolo di padrino della mediazione tra Ankara e Mosca.....

(Eurasia)L’Iran, inoltre, è decisamente interessato a coinvolgere la parte russa nella costruzione di un sistema per la produzione di gas naturale liquefatto (GNL), una raffineria nella provincia di Golestan nel Nord ed un gasdotto nel mar Caspio dal porto di Neka fino al porto di Jask nel Golfo di Oman. Le autorità iraniane sono pronte ad esaminare le proposte delle compagnie russe per la realizzazione diretta di nuovi giacimenti di gas e petrolio in Iran, senza alcuna offerta d’appalto......

(Businness on line)E’ in questo contesto che nasce la “Troika del gas” che sarà formata dal Qatar, dall’Iran e dalla Russia che ha 1.680 triliardi di metri cubi di gas. Il mondo, da oggi, si troverà quindi a fare i conti con questo “cartello energetico” in grado di dettare le sue leggi.

(MadArabNews)Sebbene Teheran abbia criticato le posizioni della Russia, Mosca resta il principale difensore dell’Iran in materia di sanzioni economiche, anche se la Cina, che ha un interesse economico molto maggiore in Iran, è interessata ad alleviare la pressione nei confronti di Teheran più di qualsiasi altro Stato.

Le notizie che si possono trovare per avvalorare quanto dico sono numerose basta fare una ricerca su un qualunque motore di ricerca; Quello che voglio evidenziare è come egli ultimi mesi questi due paesi abbiano subito delle interferenze quantomeno sospetto nella loro politica nazionale.
In Turchia a Gennaio è stato sventato un colpo di stato militare ordito da una frangia dell’esercito contro il governo di Erodogan, lo stesso primo ministro che si siglò accordi con i Putin; Invece in Iran credo non ci sia bisogno che mi soffermi a raccontare come si sia mossa la macchina della propaganda per attaccarlo su ogni fronte. La Russia si è subito proposta come mediatore per preservare i suoi interessi economici e commerciali, una guerra sul suolo iraniano assicurerebbe un approvvigionamento alla gasdotto Nabucco (come già successo in Iraq) e metterebbe a rischio gli accordi commerciali russo-iraniani.
Russia e USA competono su più fronti: politico, militare, economico ed altri, si stanno creando alleati, stanno muovendo le loro pedine e l’Italia è come la storia ci ha sempre insegnato un paese strategico. Cari lettori siamo in piena guerra fredda!
Potrei dilungarmi su questa guerra fredda reloaded, prometto che lo farò prossimamente , però reputo più interesssante tornare al suolo italico e capire cosa sta succedendo. I paesi filorussi o importanti per la strategia degli USA hanno subito dei tentativi di destabilizzazione: mi sento di affermare che l’Italia essendo uno di questi paesi, è nel mezzo dello scontro tra le due fazioni.
Prima e dopo il momento in cui l’accordo per Southstream venne siglato 15 maggio 2009 aprile i poteri forti della finanza internazionale decidono la politica USA (il segreto di pulcinella della FED) iniziarono ad attaccare mediaticamente il governo di Silvio Berlusconi tramite la Repubblica e il Financial Times; non voglio entrare in merito alla veridicità delle accuse o dare un giudizio sulla persona voglio solamente analizzare gli avvenimenti italici degli ultimi dodici mesi usando una chiave interpretativa diversa da quella scandalistica data in pasto al popolino.

Il premier è stato ripetutamente attaccato da Repubblica quotidiano appartenente al Gruppo Editoriale l'Espresso S.p.A. Questa holding editoriale è in mano alla famiglia Benedetti tramite Cirgroup che ha come azionista di maggioranza la finanziaria di famiglia Cofide ; questo gioco di scatole cinesi ci aiuta a capire chi sta attaccando frontalmente Silvio Berlusconi.

Carlo de Bendetti fu alla fine degli anni '70 il golden boy di casa Fiat, questa sodalizio con la casa automobilistica è un’informazione che può essere utile più avanti per capire quali pedine vengano mosse sullo scacchiere, l'ingegner De Bendetti è l'uomo di fiducia della potente famiglia di banchieri Rothschild ( non avendo il spazio fisico per spiegarvi il perché di questa amicizia eccellente vi consiglio la lettura di questo articolo qualora fosse scettici alla mia ultima affermazione) famiglia influente nell’economia USA. L'altro giornale , il Financial Times credo che non abbia bisogno di presentazioni.

Nello scacchiere italico si sono susseguite mosse e contro mosse, avendo deciso di parlare di politica energetica non possiamo pperderci in tutti i dettagli.

La seconda scelta di politica energetica fatta dal governo Berlusconi che ha sancito ormai la definitiva rottura con la sponda atlantica sono stati gli accordi commerciali con la Libia.


La collaborazione energetica Italia-Libia? è ufficialmente nata sotto il governo Berlusconi 2004 con la costruzione di Greenstream un gasdotto che ha permesso alla partnership Eni-Noc? di esportare e commercializzare il gas libico in Europa. Nel 2008 in cambio di risarcimenti per 5 miliardi per il passato coloniale la Libia ha garantito all’Italia un accesso privilegiato di ENI alle sue risorse naturali che costituiscono il 25 per cento del petrolio e il 33 per cento del gas consumato in Italia, inoltre l'Eni ha siglato nuovi accordi per il gas e il petrolio ottenendo una posizione “privilegiata” fino al 2047 per lo sfruttamento di tali risorse in tutto il territorio libico.
La Libia è un alleato strategico per la politica energetica avendo la nona riserva mondiale di petrolio e la Russia da tempo ha deciso metterla sotto il suo protettorato come testimoniano numerosi accordi commerciali e militari.

Il paese africano è un ulteriore anello di congiunzione tra Italia e Russia, infatti tramite l’italo-libica Elephant Oil FIeld costituita da Paolo Scaroni la Libia viene coinvolta nella costruizione del gasdotto Southstream, nel 2010 Eni dopo essersi assicurati lo sfruttamento del 66% del giacimento Elephant (in virtù degli accordi sopra descritti) ha ceduto la metà del suo diritto di sfruttamento a Gazprom (33%).

L’ultima partnership commerciale che prevede una triangolazione tra Italia-Russia-Libia? è quella che avviene sulle risorse libiche tra Gazprom e la Proms di Bruno Ermolli fido del cavaliere.

Curiosamente come nel 2009 dopo la stipula del contratto con Southstream seguì un attacco mediatico da parte delle stampa filoamericana così dopo la stipula di questi accordi avvenuti nel 2010 è partita una seconda ondata pressioni per fare cadere il governo.

Concludendo vorrei ricordare che questo è solo un piccolo pezzo del puzzle, dove interessi speculativi sui CDS, interessi massoneria,accordi economici e poteri politici convergono sull’Italia: oggi ho voluto snocciolare soltanto un aspetto della complicata situazione che ci troviamo a dover analizzare invito i lettori più arguti a riascoltare il nostro inno, molte delle risposte sul perché questa Italia sia così travagliata le troverete lì, un saluto e alla prossima da un convinto non-fratello d’italia… stay tuned!

Rodolfo Ponti

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La rivoluzione (colorata) francese

posted by pilot il Sab 04 Oct, 2014 [10:04 UTC]
di Piero Pagliani.
http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=110252&typeb=0&La-rivoluzione-colorata-francese

Hollande in rotta di collisione con l'austerity della Merkel?
È una notizia buona o cattiva?
Per certi versi è la riesumazione di alcune delle idee con le quali il socialista francese approdò all'Eliseo nel 2012. All'epoca erano più o meno confezionate così: nei vincoli europei non deve essere conteggiata quella parte di deficit che serve a rilanciare lo sviluppo.
Un programma quindi tenuto in sonno per due anni, nonostante la situazione economica in Francia peggiorasse in termini esponenziali. Ora, evidentemente, qualche cosa è cambiato. Cosa? Molte cose. Per ordine d'importanza, anche se sono tutte interlacciate in modo complicato:

1) Gli USA stanno stringendo i tempi della deglobalizzazione conflittuale. Il golpe nazista a Kiev ha, in questo rispetto, contribuito a isolare la UE, e in primis la Germania, dalla Russia: Fuck the EU! (Victoria Nuland, responsabile per l'Europa della Segreteria di Stato USA).
La Francia interpreta con fedeltà la politica statunitense. I tempi di De Gaulle ormai appartengono ad altre epoche geologiche. François Hollande si è lanciato con entusiasmo nella tragica messa in scena della guerra all'ISIS e sicuramente tutte le cancellerie europee sanno che sta iniziando una nuova fase della crisi mondiale che sarà condotta con feroci attacchi militari alla Siria (quindi alla Russia) con la scusa dell'ISIS (ammissione fresca fresca del principe Saud bin Faysal, ministro degli Affari Esteri saudita) e con atti di destabilizzazione in territorio russo. Quelli in territorio cinese sono già iniziati a tenaglia (si veda ad esempio un articolo di Pierluigi Fagan, "Il ciclo delle destabilizzazioni entra in Cina").
Era difficile prevedere ciò? Proprio per nulla. Io ad esempio - adesso mi faccio un po' di pubblicità spicciola e svelo un piccolo segreto - l'inizio della deglobalizzazione l'avevo previsto per il 2001 in un romanzo intitolato "Il punto fisso" (Mimesis, Milano, 2010) che ho scritto alla fine degli anni Novanta. Ovviamente non avevo previsto le Torri Gemelle e il 2001 era chiaramente una data-simbolo. Però la deglobalizzazione e le lotte soggiacenti, dove intervenivano entità statali e sub-statali, erano lo sfondo di tutta la vicenda. Poi visto che il romanzo è stato pubblicato nel 2010 ho dovuto trasportarne l'inizio a un decennio dopo. Trucchetti di scrittore. Fatto sta che in qualche modo l'ubriacatura generale per la famosa "globalizzazione" non mi aveva contagiato. Capacità superiori alla media? Macché! Ero solo stufo dei bla-bla e delle parole magiche. Sì, in qualche misura ci ho visto giusto per pura stanchezza, con l'ausilio di poche informazioni scelte e di un minimo di logica. Sale QB.
Ma lasciamo perdere.
Hollande, dunque, si agita e la Merkel sta a guardare perplessa e preoccupata.

2) La Germania è entrata in difficoltà e fa fatica a mantenere la barra europea di una politica di austerity. Dapprima le risultava vantaggiosa, ma ha infine iniziato a segare l'albero su cui era seduta, come era facilmente prevedibile.
Non c'è nulla da fare. La Merkel è il meglio che ci sia in Europa attualmente (quindi capirete il resto!) ma la sua strategia di resistere ai piani imperial-finanziari anglosassoni per via economico-finanziaria era destinata a fallire dopo aver procurato disastri politici, economici, sociali e umani impressionanti.
Non ci si oppone a un complesso Denaro-Potere? solo col Denaro. Non ce la si fa, punto e basta.

3) Infine ci sono le difficoltà, più che ovvie, di tutti i governanti europei, che straparlano di nuovo sviluppo e di "riforme" (leggi "massacri sociali") che riporteranno il vento in poppa, proprio mentre hanno tutto il vento della crisi sistemica di prua. Così tentano di andare di bolina. Cercano, letteralmente, di barcamenarsi per non finire troppo presto nella pattumiera della storia, loro inevitabile destinazione.
Ma sono dei meschinelli, capaci solo di finire contro gli scogli. Purtroppo con tutta la barca.
Vedremo come reagiranno alla svolta francese le basi missilistiche finanziarie di New York.
Profezia: non succederà niente di che, solo quanto basta per estorcere le "riforme". Dopo di che Renzi seguirà Hollande e infine Draghi porterà gli affondi finali contro la Germania. A quel punto addio a ogni pur flebile Ostpolitik e sotto col TTIP al suono di Glory, Glory, Hallelujah.
Dopo tutto lo "Sblocca Italia" anticipa le richieste del TTIP. E poi dicono che noi Italiani siamo sempre in ritardo!
Tutto ciò a meno che intervengano i BRICS con mosse finanziarie oggi difficili da prevedere, anche perché non perseguono politiche omogenee.

Se Berlusconi faceva una fronda cialtroncella all'austerity teutonica, la guerra è stata invece iniziata da Monti, in concorso con Draghi, Hollande e Obama. Paradossalmente sotto la bandiera dell'austerity stessa. Infatti quel conflitto non escludeva l'utilizzo della crisi per "normalizzare" la società (una strategia che a Monti è sempre stata a cuore), cioè appiattirla in vista del disperato e disperante tentativo di estrarre tutto il plusvalore possibile e saccheggiare i beni comuni. Era, e sono, due cose diverse. Non capirlo ha portato la parte migliore della sinistra a significativi errori di prospettiva.
Ora, è mio timore, la sinistra esulterà per la "ribellione" all'austerità. Indicherà il "socialista" Hollande come esempio positivo, colui che ha avuto il coraggio di dire di no.
E in effetti sarà una vera e propria "rivoluzione colorata" anti-austerity e anti-tedesca, quel tipo di rivoluzione che più eccita le sinistre, incuranti dei "forti" che stanno dietro di esse.
Hanno perso totalmente la memoria della poetica e della saggezza manzoniane:

«E il premio sperato promesso a quei forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
D'un volgo straniero por fine al dolor?»
Ma chissà chevvordì.

E il resto del mondo (cioè i sei miliardi su sette)?
I paesi BRICS, al contrario della Germania, hanno invece capito che possono parlare di Nuova Banca di Sviluppo e magari di bancor (la soluzione per la moneta internazionale proposta da Keynes a Bretton Woods e rifiutata per questioni di potenza dagli USA) solo se si è muniti adeguatamente di forze armate e di bombe atomiche.
Questa è l'orrenda verità.
D'altra parte il gold-dollar standard era nato da una guerra mondiale ed è stato confermato da due città incenerite dalle bombe atomiche, che del gold-dollar standard sono state l'ostia della prima comunione.
Poi c'è chi crede che l'economia sia l'unica cosa che conti nel capitalismo! E purtroppo ce ne sono più a sinistra che a destra. E così si crede nell'economia meccanica: "ritorno alla lira=nuovo sviluppo" (perché lo dicono i modelli, nei quali, ovviamente, non si parla né di guerre né di bombe atomiche, cioè non si parla di Potere).
Non è comunque escluso che un po' di sviluppo ci sarà, magari a macchia di leopardo, qui e là, in questo o quel settore. Dopo tutto ci fu un miglioramento dell'economia anche poco prima della Grande Guerra: era dovuto al riarmo.
L'imbelle rivoluzione colorata contro l'austerity imposta dalla Germania ha come scopo non unico, ma principale, quello di passare da un parziale a un totale infeudamento della UE nelle politiche neoimperiali e di deglobalizzazione statunitensi.
Le politiche di austerità sono un disastro. Ma è anche un disastro pensare che politiche "keynesiane" sic et simpliciter riportino all'age d'or del Dopoguerra. Non sarà così. La BCE che compra titoli di Stato non è la Banca d'Italia degli anni Cinquanta che compra il debito italiano. E neppure se lo facesse oggi una rinata Banca d'Italia. Nemmeno lontanamente. Non sarebbe più una politica monetaria dopo un conflitto mondiale, all'ombra di una stabilità imperiale, in una fase di enorme espansione in presenza di un fortissimo movimento operaio. Sarebbe - ammesso che si possa realizzare - una politica obbligata da uno stato incipiente di guerra e nel pieno di una crisi e di un caos sistemici. Una politica dovuta al fatto che i mercati stanno dividendosi in aree geopolitico-economiche contrapposte e i profitti di una volta semplicemente non ci sono più.
La Germania è contraria alle linee di Draghi. Ma fino a quando si potrà opporre se sarà costretta ad adeguarsi agli embarghi e le sanzioni contro l'Est che le imporrà la Superpotenza che la occupa con 179 basi militari? Senza mercati di sbocco, che fine farà il suo famoso e famigerato mercantilismo? (lasciamo perdere chi in Italia imbrogliando le carte dichiara di voler fare adesso quello che la Germania ha iniziato a fare venti anni fa e che oggi non può più continuare).
La politica "keynesiana" che in molti, con speranza, vedono profilarsi all'orizzonte non sarà capace di riportare indietro le lancette della Storia. Ovvero non sarà in grado né di fermare l'impoverimento della società né di indurre un ribilanciamento della ricchezza.
Ci vuole altro, un altro che può anche contemplare "manovre keynesiane", compreso eventualmente un affrancamento dall'Euro, ma solo in una cornice politica nazionale e internazionale totalmente nuova.
Non di meno, come si è detto, ci potranno essere ripresine a singhiozzo. Niente di stupefacente, anche se i media grideranno al "nuovo miracolo economico" (d'altra parte lo fanno ogni volta che un loro "azionista di riferimento" smette di starnutire).
Se nuovo sviluppo capitalistico ci sarà in Occidente, ci sarà solo dopo una fase conclamata di guerra mondiale che inevitabilmente ne preparerà una quarta, a meno che non riduca fin da subito la Terra all'età della pietra.
Oppure bisognerà cambiare registro, a livello internazionale: sul modo sociale ed ecologico di produrre e di consumare e quindi - e soprattutto - sui rapporti di potere, internazionali e nazionali.
Delle due l'una.



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Guerra: c'è chi è pronto e chi no

posted by pilot il Mer 03 Sep, 2014 [11:39 UTC]
Guerra: c'è chi è pronto e chi no
di Pino Cabras

http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=108820&typeb=0&Guerra-c-e-chi-e-pronto-e-chi-no

Consiglio a tutti i lettori la visione della conferenza stampa tenuta il 24 agosto scorso dai capi dei territori ribelli dell'Ucraina orientale. Per chi vorrà capire davvero chi è pronto alla guerra e chi non lo è, sarà una mezz'ora ben spesa.
http://www.pandoratv.it/?p=1757

Il video di Pandora TV riporta l'intera conferenza stampa di Aleksandr V. Zakharchenko, Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Nazionale del Donetsk, tenutasi il 24 agosto 2014 nel pieno dell'offensiva delle forze armate ribelli, che hanno sbaragliato le meglio armate e più numerose forze armate del governo di Kiev.

Sarà l'Ucraina, sarà il richiamo bellico dell'anno quattordici, sarà che ormai le dichiarazioni di molti politici europei già annunciano la carneficina all'orizzonte, sarà a causa di tutto questo che si stanno moltiplicando ogni giorno le nuove evocazioni di una guerra mondiale, mentre cresce per molti una sensazione di pericolo.

Evocare è facile, ma essere davvero pronti all'anticamera dell'Apocalisse è un'altra cosa.

Non sono certo pronti i popoli europei: vivono in una bolla televisiva che fa loro sperare di essere ancora a lungo i consumatori che sono stati negli ultimi decenni. La cuccagna non è stata ancora smontata, perciò il ricordo dell'ultima guerra mondiale rimane annacquato. Gli europei medi non riescono più a immaginare la guerra come catastrofe. I telegiornali e i grandi quotidiani li ammaestrano all'isteria bellica, alla propaganda più sfacciata, alla russofobia, questo sì. Ma occultano l'idea che la distruzione possa entrare nelle loro case o sommergere intere coorti dei loro figli.
Nessun europeo medio ha saputo cosa è accaduto in Ucraina negli ultimi sei mesi, dal golpe in poi. Tanto meno sa cosa c'era prima. Né sa che il governo di Kiev ha martoriato la popolazione civile delle regioni orientali. L'europeo medio ignora gli interessi predatori di quei capitalisti mafiosi che vorrebbero svuotare quelle regioni dei loro abitanti russofoni. Ignora che le forze di sicurezza ucraine sono in mano ad avventurieri imbevuti di ideologie naziste. Non sa nulla della Russia. Non sa nulla di nulla, e si ritroverà nella guerra vasta che annuncia il neopresidente polacco del Consiglio europeo, Donald Tusk (un burattino atlantista), e peggio di lui il ministro della difesa ucraino Gheletei, senza sapere ancora nulla.

Chi è pronto, allora?
In teoria si è già apparecchiato Tusk; è ormai pronto il regime dell'Unione europea; è già scalpitante il primo ministro britannico Cameron (vista la sicumera con cui costoro lanciano sanzioni e annunciano forze d'intervento NATO).
Sono tutti pronti, così come era pronta anche la giunta ucraina: ma in modo totalmente irresponsabile, con una tragica incapacità di valutare gli interessi dei russi e - di questi - la determinazione (cioè una prontezza reale) a pagare e infliggere il prezzo di una guerra vera.

Quel che accade ora in Ucraina spiega la dimensione di queste diverse "prontezze".

Da un lato abbiamo i popoli occidentali anestetizzati dai loro media e che non hanno alcuna misura dei fatti, e abbiamo altresì il popolo ucraino che si sorprende di dover subire una disfatta (in Italia si direbbe una Caporetto), come nel caso delle mamme e sorelle disperate che chiedono conto delle notizie di una brigata di 4700 uomini, di cui sono tornati con le proprie gambe in appena 83. Hanno appena riscoperto il concetto di "carne da cannone". Sono le avanguardie delle mamme che ripeteranno la scena in tante altre lingue, anche da noi, nelle capitali in bancarotta dell'Europa ai comandi di Bruxelles e Francoforte.

Dall'altro lato abbiamo i militari del Donbass che vediamo nella conferenza stampa che vi esponiamo. Colpisce la sicurezza e l'agghiacciante autorevolezza - in un dosaggio di gravitas e brutale ironia - con cui questi partigiani dei nostri giorni parlano di migliaia di vittime di guerra.

La gravitas:

«Per alcuni, forse questa sarà una terribile notizia: Ci sono ancora diverse centinaia di soldati delle forze armate dell'esercito ucraino presso Panovka, Saur-Mohyla?, che risultano dispersi. Le famiglie ricevono lettere che li dichiarano "dispersi in azione". In realtà sono morti. Le autorità di Kiev lo fanno apposta. Centinaia e migliaia di morti in qualche decina di tombe. Lo annuncio ufficialmente. Ognuno sappia che se hai ricevuto una lettera che lo definisce "disperso in azione", allora molto probabilmente, tuo marito, fratello o figlio è stato ucciso».

L'ironia:

«Purtroppo, cari giornalisti, l'Occidente cerca di invaderci con una frequenza di 30-50 anni. Cioè, ogni 30-50 anni la civiltà occidentale cerca di imporci la sua opinione e il suo modo di vivere. La prima guerra mondiale, la Grande guerra patriottica, la guerra di Crimea prima ancora, e così via nelle profondità della storia. Come risultato, l'Occidente tradizionalmente ottiene la caduta di Berlino, Parigi, ecc. ... L'Occidente arriva ogni 30-50 anni per ottenere ciò che si merita. Ora nel 2014, sono un po' in ritardo.»

O anche, in risposta al giornalista che chiede "Perché avete deciso di far sfilare i prigionieri di guerra?":

«Kiev aveva detto che avrebbero marciato in parata a Donetsk il giorno 24. E così han fatto».

Purtroppo l'esordio di Federica Mogherini, appena eletta Alta rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, non poteva essere più desolante: «Se non esiste più un partenariato strategico - dichiara la nuova Lady Pesc - è per scelta di Mosca». Ovvero: nessuna autocritica ai piani alti dell'Ovest, non si ascoltano più le voci sagge che chiedono di fermarsi a riflettere.
Ecco, Mogherini non è pronta. Fa interamente sua tutta l'eredità della NATO e della UE in questi anni di crisi internazionali, destabilizzazioni, aggressioni ed escalation: cioè un bilancio disastroso e criminale, dall'Iraq all'Afghanistan al dossier libico, alla Siria, e ora all'Ucraina. Il rendiconto consisterebbe in un caos funesto interamente imputabile alla lunga "guerra infinita" scatenata dalle capitali dell'atlantismo.
Su «The Times» del 26 agosto 2008, subito dopo la guerra dell'Ossetia del Sud, venne ricordato che

«Lord Salisbury, ministro degli esteri e Primo Ministro ai tempi dell'Impero Britannico, irradiò un potere globale immenso; il che non significa che amasse giocare con questo potere. Di fronte a proposte di scelte politiche britanniche che riteneva in grado di danneggiare profondamente gli interessi di altre grandi potenze, Salisbury avrebbe guardato i suoi colleghi negli occhi chiedendo semplicemente: "siete davvero pronti a combattere? Altrimenti, non imbarcatevi in questa politica".»

Nell'Europa politicamente desertificata dall'obbedienza alla NATO si continua ad agire come se la Russia fosse ancora oggi lo Stato esausto degli anni novanta su cui si muoveva etilicamente Boris Eltsin e sul cui collo si stringeva il capestro del Fondo Monetario Internazionale. La situazione è completamente diversa, eppure si va lo stesso allo scontro. O si va proprio per questo, nel momento in cui i BRICS picconano il Dollar Standard. E gli USA non possono accettare un mondo multipolare in cui il dollaro non sia l'architrave.

«Siete davvero pronti a combattere?», è la domanda giusta, quella che non vi hanno ancora fatto.

Sappiate dunque la risposta, che potete udire dai due comandanti militari del video, ossia da chi ha preso le misure della guerra:

«Diremo a chiunque venga a farci del male sul nostro territorio: ci batteremo con le unghie e con i denti per la nostra Patria. Kiev e l'Occidente hanno fatto un grosso sbaglio a risvegliarci. Noi siamo gente laboriosa. Mentre altri saltavano a Maidan per 300 grivne, la nostra gente era giù in miniera a estrarre carbone, a fondere metallo e a seminare le colture. Nessuno di noi ha avuto il tempo di saltare, eravamo impegnati a lavorare. Quando un tizio che appena ieri lavorava con un martello pneumatico o guidava una mietitrebbia, oggi si trovi a stare dietro al volante di un carro armato o di un Grad, o a raccogliere un mitra, la linea è stata passata e non lo potete più fermare. Quello che ha dovuto lasciare il proprio lavoro sa che combatterà fino alla fine e fino al suo ultimo respiro. Potete dirlo in giro: non svegliate la bestia. Non fatelo, davvero. Finché c'è ancora la possibilità, lasciate che le madri risparmino i propri figli.»

Questa è la risposta di chi è attaccato dall'Occidente. Ma anche tutti noi siamo attaccati dall'Occidente - o meglio: dal suo ponte di comando che ci vuole poveri e in guerra - e perciò una risposta dovremo darla anche noi, cittadini in pericolo, con un nuovo grande Movimento per la pace che sappia scegliersi la parte. Il momento è adesso.


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Die Zeit: Europa abbandoni USA e apra alla Russia

posted by pilot il Dom 22 Jun, 2014 [22:37 UTC]
Svolta clamorosa del giornale tedesco “Die Zeit”. Dopo il golpe a Kiev, l’Europa abbandoni gli USA e si apra alla Russia

Il settimanale tedesco “Die Zeit” è forse il prodotto giornalistico di più alta reputazione in Germania e notoriamente ha una linea editoriale politicamente liberale, genericamente centrista. Non è insomma da ritenere un organo “anti-imperialista” o ostile agli Stati Uniti. Ecco perché quanto successo il 6 giugno scorso ha dello straordinario. “Die Zeit“ ha infatti aperto il suo portale online con un incredibile attaco frontale alla politica vigente dell’Unione Europea, in riferimento al conflitto in Ucrania. Lo ha fatto dando voce a Chris Luenen, direttore del programma geopolitico del Global Policy Institute a Londra, il quale propone all’UE di smetterla di sottomettersi a una strategia made in USA, e imparare piuttosto a difendere i propri interessi: “L’Europa sin da sempre è stata debole nel difendere i propro interessi“, ha dichiarato l’autore.
L’UE non deve dipendere dagli USA

L’articolo, intitolato “Politica estera: L’Europa? deve ricalibrare le relazioni con gli USA” (con a pagina 2: “La Grand Strategy statunitense non è nell’interesse dell’Europa“) constata che l’UE segue una strategia definita unilateralmente da Washington, invece di definire una strategia in base ai propri interessi. Interessi, i quali raccomanderebbero a Bruxelles di allearsi più strettamente con la Russia. L’UE dovrebbe sviluppare pure le relazioni transatlantiche, secondo l’autore, ma cercare di imporre i suoi interessi anche verso gli amici.

L’articolo ricorda la strategia formulata tempi addietro dall’ex-consigliere per la sicurezza nazionale statunitense Zbigniew Brzezinski, che definiva l’Europa quale “irrinunicabile testa di ponte geopolitica” degli USA nel territorio eurasiatico“. In effetti, Brzezinski aveva formulato in forma inequivocabile gli interessi degli USA nell’Ucrania: ”Senza l’Ucrania, la Russia non è più un impero euro-asiatico (…) Se invece M0sca dovesse riconquistare il dominio sull’Ucrania con 52 millioni di abitanti, importanti risorse naturali e l’accesso al Mar Nero, la Russia otterrebbe automaticamente i mezzi per diventare un impero potente di estensione euro-asiatica.” (Brzesinski, The Grand Chessboard, 1997).

Per Chris Luenen: ”sarebbe abbastanza facile cercare di assicurare gli interessi occidentali in fatto di energia e di sicurezza tramite la costruzione di un partenariato con la Russia (e con l’Iran), pittosto che che continuare a mirare di sottomettere la Russia agli interessi e strutture occidentali”. L’autore continua ritenendo “la decisione di allargare la zona di influsso occidentale verso Est, tramite una progressiva espansione dell’UE e della NATO” come il più grave ”errore strategico dell’Occidente sin dalla fine della guerra fredda”. Chiarissimo. Prima di lui era stato il ministro degli esteri di Cuba, il comunista Bruno Rodriguez che, proprio a seguito del golpe a Kiev in febbraio chiaramente eterodiretto, aveva dichiarato: ”La volontà di estendere la NATO sino alle frontiere della Federazione Russa costituisce una grave minaccia per la pace, la sicurezza e la stabilità internazionale”. Una constatazione ragionevolissima per chiunque non sia accecato da una visione neo-colonialista della geopolitica, ma che né la neutrale Svizzera né i liberi mezzi di informazione europei si erano degnati di sottoscrivere.
Una svolta politica sensazionale

Solitamente il giornale “Die Zeit” difende dei concetti e delle posizioni che sono rappresentati anche nell’establishment della politica tedesca. Nel conflitto dell’Ucrania il settimane aveva finora partecipato alla tendenza prevalente, cioè quella che giustificava il regime golpista di Kiev ad attaccare la Russia di Vladimir Putin e le forze definite come “separatisti pro-russi”. Se oggi invece questo giornale, i cui contenuti sono fortemente controllati, osa pubblicare un tale articolo che di fatto difende un riorientamento dei principi fondamentali della politica estera di Berlino (e di Bruxelles), siamo di fronte senza dubbio a qualcosa di sensazionale.

D’altronde non si tratta del tutto di una sorpresa, perlomeno per chi sappia analizzare le espressioni politico-ideologiche da un punto di vista materialista e dialettico: le forze dell’economia, le leggi dentro le quali si muovono i flussi di capitale, così come le leggi che determinano le relazioni tra gruppi capitalisti di diversa composizione nazionale, trovano forzatamente la loro espressione anche al livello delle sovrastrutture ideologiche. Importanti settori dell’industria tedesca, infatti, si sono nettamente opposti alle tendenze di seguire ciecamente il diktat di Obama, relativo alle sanzioni economiche contro la Russia. La Germania è oggi il Paese dell’area atlantica che si oppone in maniera più vigorosa all’egemonia statunitense. E il recente affare di spionaggio da parte del NSA americano (incluso lo spionaggio industriale) si rivolge non a caso in prima linea contro la Germania; arrivando addirittura a non risparmiare nemmeno la sfera privata della cancelleria democristiana Angela Merkel. Il che ha certamente aperto gli occhi all’uno o l’altro.
L’eco dell’articolo in Germania

Osserviamo ancora che la tendenza fortemente anti-russa dei media tedeschi, viene fortemente contestata dai lettori. Da mesi, i blogger si rivoltano in massa contro le direttive informative delle maggiori redazioni. La maggior parte dei commenti dei lettori sui siti dei vari giornali si pronunciano contro la politica occidentale. E anche qui troviamo un’eccezione: questa volta, infatti, i lettori concordano con l’articolo e lo lodano: “Grazie, un vero raggio di luce nell’oscurità!” scrivono vari blogger.

Il portale german-foreign-policy.com, che si è fatto un nome come critico della svolta imperialista e delle tendenze militariste della Germania riunificata, trova l’articolo uscito sul “Die Zeit“ notevole proprio perché nei principali veicoli di informazione tedeschi (e non solo) prevaleva finora una narrazione collettiva di matrice chiaramente anti-russa, individuando in Putin il nuovo nemico della civiltà occidentale. Il contributo di Chris Luenen invece deroga di maniera significante a questa linea che finora era seguita anche dalla redazione del “Die Zeit“.

La Neue Rheinische Zeitung (NRhZ, orientata al giornale omonimo fondato nel 1848 da Karl Marx) fa osservare che le idee espresse dall’articolo dell’esperto in geopolitica non sono isolate: se ne comincia a parlare, insomma, pure a Berlino e persino nei circoli tradizionalmente orientati verso l’atlantismo e alla lealtà verso il governo nordamericano.
La vita degli uomini ne determina la coscienza, non viceversa…

Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza. E’ quanto asserivano i fondatori del socialismo scientifico Karl Marx e Friedrich Engels (nell’opera: “L’ideologia Tedesca“). Ciò che si vede adesso in Germania può sorprendere solo chi non è avvezzo all’analisi geo-politica su basi marxiste. Senza essere indovini, infatti, già da qualche mese in Svizzera qualcuno aveva previsto questa situazione. Stiamo parlando del Partito Comunista della Svizzera Italiana, che riunisce molti giovani esperti nello studio delle dinamiche economiche e nella cooperazione internazionale.

In un articolo del 15 aprile scorso, intiolato “Per la pace in Ucraina, no al neo-colonialismo!“, il Segretario politico di questa organizzazione, Massimiliano Ay, rivolgendosi esplicitamente contro la tendenza (accettata tristemente anche dal Partito Svizzero del Lavoro e da altre realtà di sinistra) di equiparere la Russia con le potenze imperialiste, spiegava: ”Se di conflitto inter-imperialista si vuole parlare, non è certamente la Russia a dover essere presa in analisi: la crisi ucraina con molta probabilità si è scatenata per la esplicita volontà degli USA di bloccare il rifornimento energetico russo all’Europa, inchiodando così in modo ancora più vincolante il Vecchio Continente al petrolio e al gas nordamericano: un passo necessario per evitare lo sviluppo dell’asse Berlino-Mosca-Pechino? che potrebbe accerchiare Washington”. In pratica il confronto è fra l’imperialismo americano da un lato e i l’imperialismo tedesco (o comunque europeo) dall’altro. Una contraddizione che Russia e Cina, abilmente e senza sparare un colpo, stanno cercando di favorire così da indebolire le prassi guerrafondaie e neo-coloniali dei paesi occidentali contro i paesi emergenti e non allineati.

Durante una manifestazione di piazza per la pace in Ucraina a Bellinzona, lo scorso 31 maggio, Ay aveva tenuto un discorso nel quale, fra gli altri spunti di riflessione, indicava il fatto che “gli USA hanno un’economia molto indebolita, il dollaro presto non sarà più la moneta di scambio internazionale, i cinesi hanno appena salvato l’euro dal disastro e stanno ragionando sull’internazionalizazione della loro propria moneta. E ora la Russia ha fondato l’alleanza euroasiatica. Per l’economia americana sono tempi durissimi: Obama vuole impedire a tutti i costi che vi siano paesi europei che inizino a staccarsi dalla sfera di influenza di Washington per iniziare a cooperare strettamente con la Russia e le economia emergenti che girano intorno a Mosca e ai cosiddetti BRICS”. Il segretario del Partito Comunista aveva poi tuonato: “creare una guerra in Europa, far deteriorare le relazioni fra UE e Mosca è strategico per salvare l’economia americana a spese nostre!”. Ay aveva concluso spiegando come le sanzioni economiche contro la Russia stessero danneggiando solamente le industrie europee ed elvetiche: “lungi da me sostenere il capitalismo svizzero, ma il Consiglio Federale non riesce nemmeno più a difendere gli interessi nazionali della Confederazione e si rende schiavo degli Stati Uniti. E’ demenziale!”

Massimiliano Ay prendeva spunto dalle constatazioni che già in precedenza osservava l’economista marxista Gianfranco Bellini, autore de “La bolla del dollaro” (Edizioni Odradek), dirigente del Partito dei Comunisti Italiani (PdCI) e promotore della sezione Laika di Milano. Scomparso a fine 2012, Bellini era notoriamente molto legato ai comunisti della Svizzera Italiana (leggi), con cui condivideva le analisi sugli scenari geo-economici in atto.

Posizioni, quelle espresse da Ay, che non hanno però trovato eco sulla stampa svizzera allineata ai diktat atlantici, ma che oggi si sta rivelando vieppiù corretta. Come dicono i marxisti: l’analisi marxista aderisce a leggi scientifiche essenziali che un giorno o l’altro emergono in superficie e anche la borghesia sarà costretta a prenderne atto, come adesso è successo sul “Die Zeit“.

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l’Italia fuori dal South Stream. Letta caduto per sua partecipazione a Sochi

posted by pilot il Ven 02 Maggio, 2014 [19:42 UTC]
de Scenarieconomici.it
http://www.rischiocalcolato.it/2014/05/clamoroso-litalia-tagliata-fuori-dal-south-stream-ecco-emergere-la-vera-causa-della-caduta-di-letta-sua-partecipazione-allinaugurazione-di-sochi.html

Il rumors sembra confermato: raccogliamo da note di stampa che l’Italia verrà tagliata fuori dal South Stream. I lavori verranno invece finalizzati in Austria, patria di molti interessi russi, assieme al partner statale OMV. Questo capita, non senza nesso causale, a seguito della defenestrazione di E. Letta: gli addetti ai lavori ben sanno che il vero motivo dell’avvicendamento con Renzi fu la sua partecipazione all’inagugurazione dell’Olimpiadi di Sochi, unico rappresentante di peso delle democrazie occidentali.

South Stream Clamoroso: l’Italia tagliata fuori dal South Stream. Ecco emergere la vera causa della caduta di Letta (sua partecipazione all’inaugurazione di Sochi)



Ammetto che non ho mai apprezzato Letta in modo particolare, troppo leggero, decisamente inconsistente. Ma devo ammettere che aveva ben chiari quali erano gli interessi nazionali all’estero, era ben indirizzato. Interessi che, ben inteso, il presente Governo sembrava aver ben capito o così affermava: Renzi dichiarò non più tardi di un paio di mesi fa che l’ENI era parte integrante del sistema di potere italiano nel mondo, anche di intelligence.



Ora, ragioniamo un attimo su cosa possa significare la notizia sopra citata se confermata (la conferma l’avremo a breve). Gli interessi italiani sono molto rilevanti nel settore energia: a livello petrolifero gli interessi italiani erano e tuttora sono concentrati in Libia e sono rilevanti in Nigeria, oltre che in Russia. Il primo paese ha visto l’avvicendamento di Gheddafi dietro impulso occidentale, la Nigeria è oggi nel caos a causa di guerre tribali difficilmente comprensibili dai non addetti (…). Per restare alla parte semplice, possiamo dire senza tema di smentita che l’attacco alla Libia fu un attacco da parte dei partners occidentali agli interessi nazionali italiani. Parallelamente gli interessi italiani nel gas e nel petrolio sono coincindenti con gli interessi di ENI, primo partner del gigante russo nella distribuzione e commercializzazione del gas russo in Europa (dimenticatevi i tedeschi). Ora, se è vero – come molto ma molto probabilmente è stato – che Letta cadde a causa della sua partecipazione all’inagurazione delle Olimpiadi invernali di Sochi, significa che l’Italia è in balia di interessi esteri. Ossia, Letta è caduto perchè ha tradito gli interessi non italiani ma stranieri e dunque è stato sostituito da Renzi (in questo quadro, quanto è accaduto recentemente in Ucraina doveva essere stato pianificato con dovizia e per tempo dagli stessi soggetti che oggi tutelano il primo ministro italiano attuale). In questo contesto l’ex sindaco fiorentino, possibilmente/di fatto “indirizzato” dall’estero è stato giocoforza obbligato a dare continuità operativa in ENI con le nomine 2014, vedasi il nuovo AD organico al Gruppo e di continuità col passato, Descalzi molto bravo, sperando di mantenere intatti i legami con la Russia (Scaroni era ed è molto vicino a Silvio Berlusconi, grande amico di Putin – da dove pensate che derivi la ritrovata vitalità del Cavaliere se non dal rapporto privilegiato con il presidente russo, rapporto da cui dipendono i risultati economici in ambito energetico essenziali per l’attuale governo decisamente mediatico, governo che in ogni caso è tenuto a portare positive evidenze economiche al fine di darsi credibilità, con la sua allegra brigata di politici in erba e dopo dati di disoccupazione disastrosi, probabilmente i peggiori dalla grande depressione).


Resta dunque SAIPEM specializzata nelle costruzioni energetiche ambiziose, azienda strategica che è rimasata al “riparo” dalle nomine 2014 e vede saldamente al vertice Umberto Vergine, dopo una sostituzione in corsa nel 2013. Vergine fu responsabile delle operazioni in Libia ed in Africa Nigeria inclusa – guarda caso – oltre che della nuova frontiera dell’Angola ed è vicino a Scaroni. Ed infatti SAIPEM firmò un contratto da due miliardi di euro durante l’invasione russa della Crimea, appunto per completare il South Stream. I russi sono persone di cuore, sanno valorizzare anche aspetti non solo di business ma anche relazionali come solo le persone veramente ricche sanno fare; anche per questa ragione stanno comunque rispettando il contratto con SAIPEM e lo rispetteranno anche in futuro: in Austria i lavori per il nuovo gasdotto verranno seguiti dall’azienda italiana. Come dimenticare Scaroni che durante il suo primo incontro con Gazprom dovette attendere 12 ore nell’anticamera di Miller in quanto “colpevole” di aver avvicendato l’amico Mincato!


Resta però il dilemma se Renzi abbia capito in cosa si sta imbarcando: egli sta rappresentando gli interessi italiani al massimo livello, sta giocando con il futuro delle prossime generazioni. Se pensava che un operativo come Descalzi bastasse per garantire continuità al rapporto con i russi non ha capito nulla: ammesso che possa essere vero che l’ENI è superiore allo Stato (ENI è una costante in un mondo politico che cambia) è necessario ricordare che ENI ha un ruolo perchè la politica le ha dato supporto e consistenza di lungo termine, rispettando ed implementando gli indirizzi economici che l’ENI via via ha indicato e non viceversa (pensiamo al duo Andreotti/De Gasperi che non derogarono mai dagli interessi italiani in Libia e nel mondo definiti da Mattei, anche dopo la sua morte). Oggi Renzi pensa che basti ubbidire agli ordini degli stranieri, magari diventando un simpatico tassatore, per sopravvivere. Nulla di più sbagliato: il primo ministro italiano deve sapere che la sua rappresentanza presente e soprattutto futura dipende anche dal saper fare gli interessi del proprio Paese e quindi deve saper dire no fin anche a coloro che sono numi tutelari della sua attuale permanenza a palazzo Chigi (…). Semplicemente, il dubbio è che lui non sia capace abbastanza o, stessa cosa, che non sappia o possa fare – stretto nel giogo degli interessi altrui – gli interessi nazionali. Penso non abbia ancora capito che presto o tardi rischia di essere messo fuori dalla partita – o forse l’ha capito troppo bene e quindi si esime da creare qualsiasi frizione con i c.d. poteri veramente forti, concedendo praticamente tutto quanto è materialmente rilevante, leggasi aziende di stato, interessi nazionali all’estero, risparmio delle famglie -. Spero di sbagliarmi ma Renzi rischia di fare un disastro, tra l’altro con questo andazzo il credito di fiducia che il sottoscritto ha pubblicamente espresso nei suoi confronti si sta rapidamente dissipando. Purtroppo.

Se così sarà, ossia se Renzi si giocherà un credito molto più importante di quello del sottoscritto – leggasi quello che i potenti amici dell’Italia gli hanno concesso (in primis la Russia di Putin, Letta fece benissimo ad andare a Sochi) -, finirà nella polvere e ad essere finalmente colpevole anche di colpe non sue, visto anche l’atteggiamento – diciamolo pure – alquanto sbruffoncello. Il problema è che in tale caso anche gli interessi italiani e dei suoi cittadini, inclusi quelli di coloro che vivono all’estero, verranno contemporaneamente annientati: SAIPEM, ENI, ENEL, Finmeccanica possono sempre essere alienate se non “controllabili” o non utili alla causa… Capito il messaggio?.

L’altro aspetto, tremendamente pericoloso per il Belpaese, è che l’avvicendamento di Berlusconi, l’arrivo di Monti (con l’avallo Napolitano), la fine della Libia “italiana”, lo spread e la conseguente miseria italica siano tutti figli dello stesso piano che, si noti bene, non è finalizzato a distruggere l’Italia ma piuttosto a mantenere il potere “occidentale,…” su scala globale, sfidando il oggi nemico più “facile” (la Russia, la Cina verrà poi). In questo contesto il Belpaese è vittima del fuoco amico e della parallela voracità dei paesi supposti partners europei anch’essi in crisi (prima di tutto la Francia) che nel marasma stanno approfittando della debolezza italica per arraffare quanto possibile, anche contribuendo ad imporre un primo ministro “amico” e quindi da preservare da ingerenze indebite e pur anche dalla classica ed italianissima macchina del fango (vedrete che se Alstom verrà venduta agli americani o scambiata con parti di Siemens, la contropartita per i perdenti tedesci o americani verrà cercata in Italia, magari spezzettando Finmeccanica).

Spero davvero di sbagliarmi e che Matteo Renzi mi sorprenda preservando alla radice – ed a scapito di terzi “affamati”- gli interessi nazionali, diventando l’equivalente della volpe della politica. Ma senza finire in pellicceria (per adesso).

Sono molto preoccupato.



Jetlag per Mitt Dolcino

Mitt Dolcino

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